Il braccio di ferro istituzionale tra la Juventus e la FIGC si conclude con una fumata nera per i colori bianconeri. Nonostante le clamorose e pubbliche ammissioni di colpa da parte dei vertici arbitrali, il presidente Gabriele Gravina ha chiuso definitivamente le porte in faccia alla richiesta di grazia sportiva per Pierre Kalulu. Un verdetto inflessibile e formale che priva la retroguardia piemontese del suo baluardo in vista dell'imminente prosecuzione del campionato.
L'ESTREMO TENTATIVO BIANCONERO - La dirigenza della Vecchia Signora le ha provate letteralmente tutte per non rassegnarsi a un'assenza ritenuta profondamente ingiusta e lesiva. Dopo aver incassato un primo, prevedibile esito negativo in sede di ricorso canonico contro il cartellino rosso sventolato nel vibrante derby d'Italia contro l'Inter, il club aveva deciso di giocare l'ultima, disperata carta a disposizione. L'obiettivo era ottenere un provvedimento straordinario appellandosi al principio di acclarata ingiustizia, sperando di poter riavere il centrale difensivo transalpino a disposizione già per la gara interna contro il Como, fissata per sabato 21 febbraio 2026 alle ore 15:00 nella cornice dell'Allianz Stadium.
IL MURO DELLA FEDERAZIONE - L'epilogo della vicenda, tuttavia, ha assunto rapidamente i contorni della definitiva doccia fredda. Come anticipato dal cronista Giovanni Guardala ai microfoni di Sky Sport e successivamente certificato da una nota diramata dall'agenzia Ansa, i vertici federali si sono rivelati un muro di gomma impenetrabile. «La massima carica della Federcalcio ha ufficialmente respinto l'istanza di clemenza sportiva avanzata dalla società torinese in seguito all'espulsione e al conseguente turno di stop. Il diniego è stato da poco notificato agli uffici del club», recita la fredda comunicazione che ha scritto la parola fine sulla querelle disciplinare.
LE SCUSE CHE NON CANCELLANO LA PENA - Ciò che rende la pillola particolarmente amara da ingoiare per l'ambiente zebrato è il contesto paradossale in cui è maturata la conferma di questa squalifica. A spingere i vertici societari verso l'inedita e coraggiosa richiesta di grazia non era stato un semplice capriccio agonistico, ma la totale certificazione dell'abbaglio tecnico arrivata direttamente dalle massime autorità della classe arbitrale. Il responsabile della commissione designatrice, Gianluca Rocchi, aveva fatto mea culpa senza nascondersi già nella mattinata di domenica. Una linea di assoluta e lodevole trasparenza confermata a stretto giro anche da Andrea De Marco, responsabile dei rapporti istituzionali per conto della stessa CAN, che durante la trasmissione televisiva Open VAR di martedì aveva ribadito la chiara natura dell'errore di valutazione.
Ammettere uno sbaglio a reti unificate è senza dubbio un nobile esercizio di trasparenza intellettuale, ma a quanto pare non possiede il peso specifico necessario per sovvertire i rigidi dogmi della burocrazia sportiva. La giustizia del rettangolo verde, ancora una volta, segue percorsi cinici in cui le scuse formali non hanno il potere di cancellare le sanzioni.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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