C’è un momento preciso, nelle tragedie, in cui ogni differenza svanisce. In quell’istante non esistono più tifosi e avversari, superstar e gente comune, ricchi e poveri. C’è solo il silenzio assordante della vita che si spegne, all’improvviso, senza preavviso. L’addio di Diogo Jota e di suo fratello André ci ha regalato, purtroppo, un altro di quei momenti che nessuno vorrebbe vivere mai.
Diogo aveva 28 anni, una vita appena sbocciata, fatta di soddisfazioni immense, conquiste sportive straordinarie, un matrimonio celebrato appena pochi giorni fa, e tre bambini da crescere, amare e proteggere. André ne aveva 26, il futuro ancora tutto da scrivere. Entrambi se ne sono andati in una notte maledetta, su un tratto d’asfalto in Spagna, ricordandoci la nostra vulnerabilità estrema di fronte all’imponderabile.
Siamo tutti, troppo spesso, schiavi di una quotidianità che ci impedisce di fermarci davvero, di riflettere su ciò che conta veramente. Inseguendo obiettivi professionali, carriera, soldi, dimentichiamo spesso di dedicare tempo ai rapporti autentici, ai sentimenti, ai gesti semplici ma profondamente significativi. È la frenesia della nostra vita che ci porta a trascurare, a volte, il fatto che ogni singolo attimo è irripetibile.
Sarebbe ipocrita negare che una tragedia come questa ottenga una risonanza maggiore proprio perché coinvolge un calciatore famoso, un volto noto che avevamo imparato a riconoscere, ad apprezzare, magari anche a idolatrare. Eppure, proprio questa notorietà può aiutarci a ricordare con forza un messaggio che spesso tendiamo a dimenticare: la vita non fa differenze. Il destino non guarda ai conti in banca, al talento sportivo o alla popolarità. Tutti, indistintamente, siamo vulnerabili.
Il calcio, in questi frangenti, diventa un semplice mezzo, un punto di partenza per una riflessione che supera di gran lunga il rettangolo verde. Jota era un campione, ma prima di tutto era un uomo. Un padre. Un marito. Un figlio. Un fratello. Ed è questa la dimensione che oggi ci colpisce di più, che ci scuote dal torpore delle nostre giornate. La lista di giocatori che hanno lasciato questo mondo troppo presto in un incidente d’auto è lunga, troppo lunga. Scirea, Reyes, Mayele, Niccolò Galli, Vittorio Mero e adesso Jota: volti e storie diverse, tutti accomunati dalla stessa tragica fine. Una fine che lascia sempre senza parole, increduli, impotenti.
E allora sì, fermiamoci. Non per cadere in inutili retoriche, ma per comprendere l’importanza di ogni singolo istante. Perché se c’è una lezione che possiamo apprendere dalle tragedie è proprio questa: vivere, davvero, il presente, senza sprecare tempo. Dire a chi amiamo quanto sia importante, stringere più forte la mano di un figlio, apprezzare i piccoli momenti che danno senso a tutto.
Forse, allora, questo dolore straziante potrà lasciarci almeno un segno indelebile, un promemoria eterno su quanto preziosa sia la vita, ogni vita, in ogni sua forma e in ogni suo attimo.
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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