Nicolò Cambiaghi è uno di quei giocatori che non hanno bisogno di tatuaggi per raccontarsi. Gli basta un doppio passo, un’accelerazione, un recupero di quaranta metri. Il “serial dribbler”, come lo chiamano a Bologna, è così: diretto, semplice, genuino. E soprattutto imprevedibile, come deve esserlo un’ala moderna che vive per saltare l’uomo e che ora aspetta solo una cosa: tornare in campo a inizio dicembre.
IL DRIBBLING COME LINGUA MADRE – Cambiaghi sorride quando ricorda i giorni a Tropea, quelli in cui giocava contro i più grandi ed era “imprendibile”. Ma a refinarlo, dice lui, fu un consiglio di chi Bergamo l’ha fatta vibrare: Papu Gomez. Gli disse che non aveva bisogno del doppio passo, perché la sua rapidità bastava da sola a fare la differenza. E da lì in poi, quei passi li ha fatti davvero: in Primavera, in Serie B, in Serie A, in Nazionale.
UN GRUPPO SPECIALE – A Bologna ha trovato un ambiente che definisce “quasi famigliare”. Lo si vede in ogni dettaglio, anche nel modo in cui la squadra ha accolto Pessina al debutto, calmando la sua tensione con parole semplici. Cambiaghi sottolinea che nonostante gli infortuni – i suoi, quelli di Freuler, Holm, Rowe – la squadra resta corta ma forte. E sa che la compattezza può diventare la vera arma per restare in alto.
AZZURRO ADDOSSO – Due minuti contro Israele, senza toccare palla, gli sono bastati per capire che un sogno si era avverato. “Mi sono detto: ‘È tutto vero Nic’”. Italiano gli ha confessato che avrebbe pagato per vivere un’emozione così. E lui porta ancora dentro l’eco di quelle parole. In Nazionale ha cantato “Azzurro” per il rito d’ingresso, e in una seconda occasione “50 Special”. Ma la canzone che vorrebbe intonare è un’altra: quella della Champions.
L’EREDITÀ DELL’ATALANTA – Cresciuto sotto lo sguardo di Favini e Sartori, Nicolò non dimentica le sue radici. Due scudetti giovanili, una Supercoppa, il rimpianto dell’esordio sfiorato in prima squadra e la consapevolezza che senza la Dea non sarebbe l’uomo e il giocatore che è oggi. Italiano, che lo ha voluto a Bologna, lo ha poi trasformato: prima dello stop al ginocchio, lo aveva convinto a diventare un attaccante completo e a lavorare sul “metodo Ndoye”, fatto di finalizzazioni infinite dopo l’allenamento.
DAL MONDIALE AL FUTURO – La foto più bella della sua infanzia è quella al Mondiale 2006 con suo padre Luca. Oggi Cambiaghi sorride all'idea di un’Italia a New York nel 2026, ma resta con i piedi per terra: prima deve riconquistarsi la convocazione. E aggiunge che il calcio è un mondo dove tutto può cambiare in poche settimane.
SCUDETTO? – Quando glielo chiedono, ride. “Troppo…”, dice. Ma non chiude la porta: nel calcio niente è impossibile. Intanto preferisce parlare di realtà: il Dall’Ara è diventato un fortino, il Bologna sa soffrire, sa colpire, sa portare a casa risultati anche contro chi sulla carta è più forte.
LA GAVETTA COME ORGOGLIO – Cambiaghi non si vergogna del suo percorso, anzi. Racconta di quando stava per mollare a 15-16 anni, dei prestiti, della Serie B, del lavoro quotidiano. Consiglia ai ragazzi di non smettere mai di crederci e agli allenatori di permettere ai giovani di sbagliare. È così che si cresce, dice: combattendo.
LA CANZONE CHE MANCA – Dopo l’azzurro, gli manca solo la Champions. L’anno scorso non è riuscito a entrarci a causa dell’infortunio. Ora vuole ritornarci, con quell’inno che definisce una musichetta, ma che per lui sarebbe la conferma di un viaggio iniziato tanti anni fa nei campi della Dipo e continuato tra i sogni di un ragazzo che non smette mai di guardare avanti.
Cambiaghi parla come gioca: con spontaneità, rapidità e una punta di coraggio. È uno di quei giocatori che dribblano non solo gli avversari, ma anche la normalità. E ora che il rientro è vicino, Bologna – e non solo – aspetta di rivedere quel passo che cambia le partite.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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