C'è un filo sottile che unisce i campetti polverosi della Sicilia ai palcoscenici dorati della Premier League, passando per l'erba del vecchio stadio di Bergamo che oggi ha lasciato il posto alla modernissima New Balance Arena. Questo filo porta il nome di Massimo Taibi, un uomo che ha attraversato le ere geologiche del calcio italiano vivendo mille vite in una sola. Oggi, a cinquantasei anni, naviga dietro la scrivania come direttore sportivo della Pistoiese, ma il suo vissuto tra i pali resta un romanzo picaresco che merita di essere riletto e tramandato ai ragazzi che sognano di calcare i grandi palcoscenici.
IL DESTINO IN PORTA - Tutto ebbe inizio per una clamorosa, quasi banale, casualità. Nelle giovanili palermitane, un giovanissimo Taibi agiva da attaccante, segnando a raffica accanto a un bomber di razza come Totò Schillaci. Il destino, però, ha molta fantasia. «Mancava il portiere e mi chiesero di provare a mettermi tra i pali. Non ero affatto convinto, ma accettai», ricorda. Da quel fatidico pomeriggio, la maglia numero uno gli si è incollata addosso per sempre, portandolo dai campi di Serie C con il Trento, vissuti facendo la spola con la caserma durante il servizio militare, fino alle vette d'Europa.
L'UNIVERSO MILANISTA - Il salto nel grande calcio lo catapulta nell'orbita del Diavolo. – come racconta in un'esclusiva intervista a La Gazzetta dello Sport – l'impatto con l'universo rossonero fu roba da far tremare i polsi. Il primo giorno a Milanello si ritrovò in sala da pranzo a tu per tu con Ruud Gullit, un idolo che fino a quel momento aveva ammirato solo sulle figurine. Poi c'era l'eleganza aliena di Marco Van Basten: «Restavo a parare i suoi tiri a fine seduta, aveva l'eleganza di una gazzella». Ma quello spogliatoio era anche un covo di personalità fortissime. Celebre uno scontro verbale tra Christian Ziege e Alessandro Costacurta, con il difensore italiano che zittì il tedesco chiarendo che in campo si è fratelli pronti a tutto, ma le amicizie fuori dal rettangolo verde si scelgono liberamente. Un concetto di pragmatismo puro che l'estremo difensore ha poi fatto suo nel corso dell'intera carriera.
FEELING E INCOMPRENSIONI CON I MAESTRI - Il rapporto con gli allenatori, si sa, non è sempre idilliaco per chi ha un carattere forte. Nessuna scintilla tecnica e umana con mostri sacri come Fabio Capello (di cui si sentiva invisibile), Luciano Spalletti e Alberto Zaccheroni. Nessun rancore, solo la cronaca di incompatibilità fisiologiche. Al contrario, l'ammirazione per Arrigo Sacchi resta immutata: «Era maniacale nella cura della fase difensiva, ma soprattutto è sempre stato un uomo di grande spessore». Riflessioni che assumono ancora più valore oggi, osservando il lavoro magistrale e l'empatia totale che un tecnico moderno come Raffaele Palladino riesce a creare con la rosa dell'Atalanta, squadra in cui Massimo ha militato lasciando il suo inconfondibile graffio.
L'INFERNO E IL PARADISO A MANCHESTER - Il capitolo britannico è un ottovolante di emozioni forti. Nel 1999, Sir Alex Ferguson lo scelse per difendere la porta del Manchester United, preferendolo inizialmente a Francesco Toldo, andandolo persino a prendere personalmente in aeroporto. Un rapporto intenso, macchiato però da una clamorosa strigliata negli spogliatoi dopo un disastroso cinque a zero incassato dal Chelsea. «Feci un errore e lui ribaltò lo spogliatoio. Quando si arrabbiava faceva tremare i muri», confessa. L'addio precipitoso allo United, dettato dalla fretta di risolvere un problema familiare in Italia, rimane il suo tormento sportivo più grande, nonostante l'appoggio di compagni assoluti come Ryan Giggs e l'insospettabile stakanovista David Beckham, descritto da Taibi non come una star da tabloid, ma come un professionista esemplare, il primo ad arrivare e l'ultimo ad andarsene.
ZAMPARINI E QUEL GOL NELLA STORIA - Il rientro in patria gli regala l'incontro con presidenti a dir poco iconici, su tutti Silvio Berlusconi (capace di farlo sentire a casa) e la vulcanica follia di Maurizio Zamparini a Venezia. Un patron capace di esonerare Walter Novellino per una furibonda litigata post-partita, salvo poi fare clamorosamente retromarcia nel giro di due ore di fronte all'ammutinamento minacciato proprio dal suo portiere. Una stagione folle salvata poi dalle magie del Chino Recoba. Ma nell'immaginario collettivo, oltre all'iconico look con pantaloni lunghi e cappellino, Taibi resta l'uomo dei miracoli al contrario. Il primo aprile 2001, ignorando i divieti del suo mister Franco Colomba, salì disperatamente nell'area dell'Udinese e insaccò con un colpo di testa imperioso. «In tanti mi ricordano per quell'impresa: meglio passare alla storia per questo che per le papere», scherza oggi con la serenità dei saggi.
Un viaggio calcistico pazzesco e irripetibile, iniziato per coprire un buco tra i pali in un campetto siciliano e finito di diritto negli annali del calcio internazionale, vissuto sempre con l'adrenalina a mille e la certezza di aver dato tutto, senza filtri e senza rimorsi.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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