Nel calcio contemporaneo il risultato è re, ma non basta più a definire il valore di un Club. Oggi contano il progetto, la narrazione e la capacità di costruire un legame autentico con il territorio. In uno scenario dove lo sport scivola sempre più verso l'entertainment, il rischio è smarrire il senso dell’appartenenza. Enrico Flavio Giangreco, docente di Management degli eventi sportivi all’Università Carlo Cattaneo di Castellanza e autore del libro «Il marketing e la comunicazione nello sport», analizza per TuttoAtalanta.com le trasformazioni nerazzurre. Un caso studio accademico capace di evolversi in Europa senza rinnegare le radici, grazie a una comunicazione che, con l'avvento di Palladino, ha ritrovato coerenza ed eleganza.
Professore, lo sport è sempre più entertainment. È ancora corretto parlare solo di evento sportivo?
«Ormai le logiche di sviluppo sono totalmente legate all’intrattenimento. In Italia, Paese di forte tradizione calcistica, il passaggio non è stato indolore: alcune Curve hanno vissuto questo cambiamento come un attacco alla sacralità dello stadio. In realtà significa semplicemente che le società devono offrire un prodotto-servizio all’altezza del costo del biglietto. L’evento sportivo resta il cuore, ma va inserito in un’esperienza di qualità complessiva».
Il tifoso sta diventando un semplice consumatore?
«No, e non deve esserlo. È la grande differenza tra marketing tradizionale e sportivo. Chi vende utensili parla a consumatori; chi lavora nel calcio parla ad appassionati. Il tifoso acquista servizi, ma vive una passione non paragonabile ad altre esperienze di consumo. La fede calcistica tocca l'identità e i valori: chi fa marketing deve ricordare che non ha davanti clienti qualsiasi, ma persone con un senso di appartenenza viscerale».
Quanto conta lo storytelling rispetto ai risultati del campo?
«Il risultato tecnico è imprescindibile: se non vinci, non racconti nulla. Però i risultati vanno narrati bene. Oggi i social media sono centrali: se la comunicazione digitale non funziona, perdi una fetta di identità e di connessione con l'esterno».
C’è differenza tra la comunicazione di una big globale e quella di una realtà identitaria come l’Atalanta?
«Sì. L’Atalanta è un caso studio perché la famiglia Percassi ha capito queste dinamiche in anticipo. Penso all'iniziativa della maglia regalata a ogni neonato della provincia: un gesto semplice ma potentissimo, che cementa il legame col territorio meglio di mille slogan. L’Atalanta è diventata un brand europeo senza perdere le radici, sviluppando uno spirito simile a quello dei club baschi. Oggi i giocatori arrivano da tutto il mondo, ma diventano "bergamaschi d’adozione". Anche le big mondiali devono imparare a creare questa identificazione».
L’Atalanta è ancora un modello virtuoso per il settore giovanile?
«È un modello efficace ed efficiente. Lo scouting è di altissima qualità: scovano talenti ovunque e li inseriscono in un sistema valoriale forte. Pagliuca è stato intelligente a non toccare questo DNA, preservando il lavoro impostato dai Percassi. Qui si formano uomini prima che calciatori. Penso a Palestra, rientrato dal Cagliari: un talento che mostra già grande maturità. O all'episodio passato di Grassi, rieducato dopo un errore giovanile. L'approccio educativo non riguarda solo il campo».
Lei ha paragonato il modello orobico a quello di Ajax, Anderlecht e Athletic Bilbao. Perché?
«Perché condividono l'attenzione alla crescita umana. A Bergamo, fin dai tempi di Mino Favini, c'è la cultura di formare la persona, nella convinzione che senza testa anche il talento svanisce. È una storia antica che fa parte del codice genetico del Club».
Quanto aiuta una comunicazione "sobria" in questo processo?
«Moltissimo. Bergamo insegna che i fatti contano più delle parole. Un modello comunicativo equilibrato, che non urla, è fondamentale per i ragazzi: capiscono di essere in un ambiente serio, dove vengono forniti servizi d'eccellenza e dove il lavoro paga più delle chiacchiere».
Il cammino europeo come ha cambiato la percezione del brand?
«Hanno aiutato anche gli avversari. Quando Guardiola dice che affrontare l’Atalanta è "come andare dal dentista", il messaggio fa il giro del mondo. E poi c'è lo stile di gioco: l'Atalanta non ha mai fatto catenaccio, ha proposto un calcio europeo. La squadra è diventata il "plus" di un territorio già ricco d'arte e industria. Vivo a Bergamo da vent'anni e ho visto una città di provincia diventare una meta europea, in una perfetta alchimia con la crescita della squadra».
Veniamo al campo. Che impressione le ha fatto l'Atalanta di Palladino?
«Ho una grande stima per Raffaele Palladino. È empatico, fa sentire tutti importanti e comunica in modo chiaro ed elegante. Ha avuto la fortuna di fare un "master" sul campo con Berlusconi e Galliani a Monza, un'esperienza formativa eccezionale. È un tecnico intelligente: sa stare nel gruppo e gestire uno spogliatoio internazionale. E poi ha sfruttato l'estate per studiare l'inglese: segno di chi vuole risultati, non scuse».
Il suo stile comunicativo ha aiutato nel post-Juric?
«È stato fondamentale. Passare da un allenatore "ruspante" come Juric – ricordo il litigio con Vagnati a Torino, non certo un modello educativo – a una figura equilibrata come Palladino ha rasserenato l'ambiente. Palladino sa motivare e trasmettere leadership senza alzare i toni. Questa coerenza comunicativa rafforza il progetto tecnico».
Gestisce bene anche la comunicazione interna?
«Assolutamente. Palladino cura i rapporti con i media, ma è attentissimo al gruppo. Contro la Roma ha inserito Krstovic e Maldini, giocatori discussi, proprio per farli sentire parte del progetto ed evitare di avere "pesi morti" nello spogliatoio. È l'uomo giusto al posto giusto: tutela il DNA storico del club ma porta una visione nuova».
La vittoria sulla Roma è la svolta?
«Mi è piaciuta molto. Ho rivisto una squadra intensa, che voleva vincere e riproporsi ad alti livelli. Ora però il calcio chiede conferme: bisogna andare a Bologna e fare risultato per dimostrare di essere competitivi anche in campionato, non solo nelle coppe».
Che Bologna si aspetta?
«Ho visto una squadra in involuzione contro l'Inter. Hanno meritato di perdere, mancavano intensità e idee. Se giocheranno così anche contro l'Atalanta, rischiano grosso. Se invece l'Atalanta ripete la prestazione vista con la Roma, può vincere e avvicinare il quarto posto, che deve essere l'aspirazione corretta per questa rosa».
Quindi l'Europa è ancora alla portata?
«Dipende da Bologna. Bisogna recuperare i punti persi nella gestione Juric. Non ci si può più accontentare dei pareggi. Se arriva un filotto di vittorie, la zona Europa è lì».
Chi vince lo Scudetto?
«Inter e Napoli se la giocheranno fino alla fine. L'Inter ha la rosa più completa, il Napoli ha investito tanto. Il Milan è l'outsider grazie al calendario più leggero».
La comunicazione dell'Inter di Chivu è un esempio?
«Sì, è interessante. Mentre altri si lamentano, l'Inter comunica serenità. Chivu è un "normalizzatore" che si è imposto con il lavoro e il sacrificio. Era quello che serviva per tranquillizzare l'ambiente e dare continuità».
L’Atalanta, nel racconto di Giangreco, è un modello che trascende la singola stagione. È un progetto fondato su competenza e valori, capace di formare persone e di parlare ai tifosi senza urlare. In un calcio che rincorre le mode, il percorso nerazzurro dimostra che competitività, identità e sostenibilità possono convivere. Un equilibrio raro che rende l'Atalanta un patrimonio culturale, prima ancora che sportivo.
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