Ci sono sere in cui il pallone sembra avere una calamita che lo respinge dalla linea di porta avversaria. La sfida contro la Juventus rientra di diritto in questa frustrante categoria. Sulla carta e nelle statistiche (possesso palla, angoli, tiri in porta) la New Balance Arena ha visto una sola squadra dettare legge per ampi tratti. Eppure, il tabellone luminoso alla fine recita un gelido 0-1 a favore dei bianconeri. Una partita nata sotto il segno del dominio territoriale nerazzurro e finita con una lezione di pragmatismo puro in salsa juventina, un ribaltamento dei ruoli rispetto alla gara di Coppa Italia vinta dalla Dea proprio grazie al cinismo.
La furia iniziale e l'occasione svanita. L'approccio dell'Atalanta è stato a dir poco devastante. Per la prima mezz'ora si è vista forse la miglior versione della squadra di Palladino da quando siede sulla panchina orobica. Aggressione asfissiante, ritmo indiavolato e un pressing uomo contro uomo che ha tolto il respiro ai portatori di palla bianconeri, con Yildiz letteralmente cancellato dal campo. Il palo colpito da Scalvini e le occasioni a raffica grigliavano la sensazione di un vantaggio imminente. La dura legge del gol, però, non fa sconti. Quando sprechi così tanto contro avversari di questo calibro, l'inerzia emotiva è destinata a cambiare, lasciando spazio ai rimpianti.
Il calo, il castigo e il muro bianconero. Nella ripresa, complice il naturale affaticamento dopo la tempesta iniziale, la Dea ha abbassato la guardia. E al primo varco, la Juventus ha colpito: l'incursione di Holm e il pasticcio difensivo in concorso di colpe tra Djimsiti, Carnesecchi e Scalvini hanno apparecchiato a Boga il gol del vantaggio. Da quel momento, si è vista un'altra partita. La Juventus si è chiusa a riccio, affidandosi alle parate di uno strepitoso Di Gregorio e a repentine ripartenze. L'Atalanta ha provato a riaprirla attaccando a testa bassa, ma la manovra, fino a quel momento fluida, si è trasformata in un disordine dettato dalla fretta e dalla frustrazione di voler agguantare il pari a tutti i costi. L'ingresso volitivo di Raspadori e il brivido finale di Scamacca non sono bastati a sfondare la Maginot eretta da Spalletti.
Niente drammi: la strada è ancora lunga. «Parto da dire che sono orgoglioso dei miei ragazzi», ha dichiarato a caldo Raffaele Palladino, rifiutandosi di fare drammi. La sconfitta pesa come un macigno nella corsa Champions, allontanando momentaneamente il quarto posto, ma non cancella quanto di buono costruito finora. Le prestazioni di singoli come Zappacosta, elogiato per l'ottima stagione fin qui disputata, dimostrano che il motore della squadra è vivo e pulsante. L'obiettivo, ora, è non farsi schiacciare psicologicamente da questa battuta d'arresto. La priorità assoluta si chiama Lazio: c'è una semifinale di ritorno di Coppa Italia da affrontare con la cattiveria agonistica vista nel primo tempo di ieri. Perché l'Atalanta ha dimostrato di saper cadere e rialzarsi, e questa squadra ha tutte le carte in regola per non porsi alcun limite da qui alla fine. C'è ancora tanto da sudare e, soprattutto, da vincere.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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